Quando si parla di estero e di esterovestizione l’argomento è sempre molto controverso.

La propensione al rischio di ogni imprenditore varia e di conseguenza cambiano le scelte che l’imprenditore fa.

Spesso mi è capitato, in fase di consulenza, di dire cose che l’imprenditore non vuole sentirsi dire perché, diciamocela tutta, per alcuni imprenditori il Fisco è davvero una palla al piede e se l’imprenditore trova un modo per fregarlo sposa quel modo fino alla fine dei suoi giorni.

Premetto che ciò che scrivo e che dico non è una mia “opinione”, semplicemente traduco in linguaggio comprensibile ciò che l’Agenzia delle Entrate o la Cassazione hanno scritto in legalese.

Spesso i clienti mi chiedono come fare una società all’estero e puntualmente sento frasi che iniziano con “mio zio mi ha detto…” oppure “il mio amico ha fatto…

Dato che non sono come alcuni fuffaioli del web che la fanno facile voglio motivarti quelli che ritengo i punti essenziali sull’esterovestizione.

Anzi, a dirla tutta, sono i punti che l’Agenzia delle Entrate ritiene essenziali.

Estero ma non troppo

Una società estera che risulta intestata ed amministrata da un italiano è una società che il Fisco, nella maggior parte dei casi, classifica come fiscalmente residente.

La conseguenza è che devi pagare le imposte (tasse) in Italia e se non lo fai commetti il reato di esterovestizione.

Quando dico “soggetto italiano” non intendo la nazionalità oppure il passaporto, bensì intendo dire “un soggetto residente in Italia”.

Questo accade perché la Legge dispone che una società che è amministrata in Italia è considerata (sotto il profilo fiscale) residente in Italia.

Indovina dove paga le imposte una società fiscalmente residente?

Ovviamente in Italia!

Se sei l’unico amministratore, vivi in Italia ed all’estero non hai altro che una cassetta postale allora ti assicuro che non riuscirai mai a dimostrare che il luogo dell’amministrazione è la sede estera.

Se ti vuoi documentare inizia con l’articolo 73 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR).

Te lo spiego meglio con un esempio tanto banale quanto efficace.

Estero sì o no? Ecco un esempio

Immagina che ci siano due persone (Tizio e Caio) che aprono un’azienda all’estero.

Tizio ha un e-commerce che gestisce dal salotto di casa mentre Caio ha una fabbrica con 20 dipendenti.

Mentre Tizio va all’estero un paio di volte l’anno (se va bene) dall’altra parte Caio ogni settimana prende la macchina il lunedì e rientra il venerdì.

Entrambi sono proprietari della società, tuttavia Tizio è l’unico amministratore mentre Caio ha un Consiglio di Amministrazione e tiene traccia di tutte le riunioni che svolge all’estero con gli altri amministratori locali (con poteri limitati).

Ora diciamo che entrambi subiscono un controllo: Tizio è spacciato mentre Caio può dimostrare che l’impresa è realmente gestita all’estero e può produrre una discreta mole di documenti che lo provano.

La società di Tizio – se non paga le imposte in Italia – è considerata “estero-vestita”.

L’articolo 73 del TUIR consente infatti a Caio di dimostrare che il luogo di amministrazione della società è sicuramente fuori dall’Italia, quindi non avrà conseguenze.

Tizio invece è in attesa di un verbale con tanti zeri dal quale non riuscirà sicuramente a difendersi.

Estero: un caso reale

Molto spesso gli esempi sono costruiti ad arte (come nel caso precedente) quindi ti parlo di un caso concreto.

Un mio caro amico si è trasferito in Svizzera da circa 30 anni ed è sposato con tre figli.

Sia lui che la moglie lavorano in Svizzera ed i figli hanno studiato sempre in Svizzera sin dalla scuola materna. Ora sono più grandi e sono all’università.

In Svizzera ha acquistato una casa e ci passa la maggior parte del proprio tempo.

Sennonché in Italia ha alcune proprietà di famiglia che ha deciso di mantenere per ragioni affettive.

Dato che la Svizzera è considerata “blacklist” per le persone fisiche, l’Agenzia delle Entrate è andata a chiedergli spiegazioni degli immobili in Italia e del conto corrente italiano che serve per alimentare le utenze.

In pratica l’Agenzia delle Entrate lo ha passato ai raggi X per vedere se c’era la possibilità di “metterlo nel sacco“.

Ci sono voluti alcuni appuntamenti con i funzionari per poi riuscire (non senza fatica) a dimostrare che il suo trasferimento era reale al 100%.

Estero: sin qui tutto bene

Perché molti aprono all’estero, lavorano dal salotto di casa e l’Agenzia delle Entrate non dice nulla?

La risposta è semplice: i controlli arrivano solo diversi anni dopo.

Questo ritardo cronico nei controlli genera un periodo “cuscinetto” in cui puoi fare quello che vuoi e pensi di essere stato abbastanza furbo.

Infatti tu e tuo zio potreste avere una società estera dove siete gli unici proprietari e gli unici amministratori e potreste ancora risiedere in Italia con la vostra famiglia e non essere ancora stati intercettati.

Magari è una questione di dimensioni aziendali oppure di semplice fortuna.

Non auguro a nessuno che bussino alla porta gli agenti del Fisco.

Ricordati che se ti è andata bene sino ad oggi non significa che sarà così per sempre.

In alternativa potresti avere una dimensione abbastanza piccola e sfuggire alla rete da pesca dell’Agenzia che dà la caccia, per prima cosa, ai pesci più grossi.

Quindi, per concludere, chi pensa di fare il furbo come 20 anni fa forse non ha ancora capito che i tempi sono un po’ cambiati!

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